Nudge Day #7, Equity engagement. Episodio 6: ma alla fine, questi famosi contro-laboratori hanno funzionato o no?
Autori
- Giacomo Galletti
Riavvolgiamo il nastro. Torniamo per un attimo al primo episodio di questa serie, quando affermavamo che, se si mira a cambiare un comportamento, la prima cosa da fare è identificare e analizzare le barriere che ostacolano l’intento.
Identificare le barriere è un’operazione che si effettua in modo particolarmente efficace attraverso la pratica del “pensiero rovesciato”, cercando cioè di lavorare su come fare andare male qualcosa, in modo consapevole e deliberato, piuttosto che limitarsi a riflettere su cosa impedisca al bene di realizzarsi. Tutte queste operazioni trovano applicazione pratica proprio nel contro-laboratorio.
Il contro-laboratorio è uno strumento utile ad attirare l’attenzione verso il contrario di quello che sarebbe auspicabile per il miglioramento di qualcosa, focalizzando l’attenzione sulle dinamiche disfunzionali, nell’ottica di costruire efficacemente, in un secondo momento, quelle funzionali. Questo almeno in teoria.
Nella pratica non eravamo assolutamente certi che il contro-laboratorio avrebbe funzionato, che il messaggio che stava dietro sarebbe stato ben costruito e comunicato, e che i partecipanti ne avessero colto il senso. Ecco il motivo per cui abbiamo dedicato la fine della mattinata del Nudge Day #7, subito dopo i contro-laboratori, a realizzare un breve sondaggio su questo tipo di esperienza.
(Nella foto: il momento in cui si risponde al sondaggio, realizzato attraverso il software per sondaggi istantanei Mentimeter, ovvero uno strumento digitale interattivo di cui avevamo già parlato nel prequel di questa serie, sempre con intenti di auto-valutazione).
Abbiamo chiesto ai partecipanti di rispondere a tre domande:
- Una parola o un concetto che mi hanno colpito durante i lavori di gruppo
- Una cosa interessante che non sapevo, imparata durante la discussione
- Una cosa che fino a oggi mi rendo conto di aver sottovalutato
Ecco le risposte, e le riflessioni che ne sono scaturite.
1. Le parole e i concetti dei contro-laboratori
Nella domanda, non abbiamo mirato a creare una distinzione tra parole o concetti giudicati rilevanti in relazione al metodo (il lavoro in gruppo) o ai temi di discussione. Il fatto però che la nuvola di parole generata dal sondaggio abbia evidenziato una sostanziale spaccatura tra termini positivi e negativi, lascia supporre che i partecipanti siano stati interessati tanto dalle modalità di lavoro quanto dalle discussioni. Possiamo infatti ipotizzare che i primi abbiano valorizzato concetti quali condivisione, collaborazione, partecipazione, mentre i secondi abbiano visto nella resistenza e addirittura nella cattiveria (se non addirittura malvagità) aspetti rilevanti emersi dalla discussione.

E se potevamo aspettarci un riscontro positivo sull’esperienza partecipativa al gruppo di lavoro (grazie anche - va detto - ai super-facilitatori Francesca Collini, Francesca Ierardi, Guglielmo Arzilli e Tommaso Manciulli), non era scontato che emergessero degli aspetti caratteriali tali da ispirare emozioni così negative.
Possiamo quindi affermare che il contro-lab abbia facilitato un’attenzione maggiore e più partecipata alle barriere alla comunicazione inclusiva? No, non possiamo affermarlo, ma intanto l’abbiamo detto.
2. Una cosa interessante che non sapevo, imparata durante la discussione
Qui si va un po’ più nello specifico, nel senso che ci concentriamo sui temi della discussione in gruppo, cercando di capire se questa abbia prodotto nuove conoscenze utili.


La prima cosa che salta all’occhio, intanto, è come i temi affrontati dalle discussioni siano variegati, a testimonianza di una tecnica di facilitazione esercitata in modo poco strutturato e non direttivo, che mirasse a lasciare ampia libertà tematica ai partecipanti. Non sorprende così che tra le nuove cose imparate ci sia, ad esempio, che il numero per le emergenze 116117 sia attivo solo dopo le otto di sera, o che gli antibiotici possano essere usati in modo creativo, che anche chi ha un alto livello di istruzione e sia del settore possa faticare a trovare informazioni.
E’ interessante, poi, come fare parte di una elite che controlla l’informazione sia una cosa negativa per qualcuno, mentre per altri una cosa affascinante, da ripetere; le organizzazioni possono essere diverse ma le problematiche sono le stesse, e quelle comunicative colpiscono anche i professionisti sanitari sul posto di lavoro.
I contributi su quanto è stato appreso durante il contro-laboratorio andrebbero letti ed approfonditi ad uno ad uno, mentre qui ci limitiamo a raccogliere una suggestione generale sintetica.
In particolare, cogliamo però quella parte di suggestione che riguarda i contro-lab stessi e la loro utilità. Forse è grazie all’esistenza del contro-laboratorio, e al conseguente non facile esercizio di pensare al contrario, in maniera negativa, che possiamo quindi cogliere più in profondità la complessità della disinformazione, dovuta probabilmente in parte al fatto di dare le cose per scontato, e diventare sempre più bravi a creare barriere. Ma in fondo, proprio partire dai margini di peggioramento per iniziare a migliorare è una cosa che può rivelarsi utile.
3. Una cosa che fino a oggi mi rendo conto di aver sottovalutato
La formazione serve anche, e talvolta soprattutto, ad attirare efficacemente l’attenzione su cose che già si conoscono, ma delle quali, senza una opportuna riflessione sul loro contesto più generale, si è sempre sottovalutata la rilevanza.

Pensiamo alle cose che spesso sottovalutiamo nel nostro quotidiano, come ad esempio che la comprensione ha bisogno di capacità adeguate, e che capire, così come partecipare, ha bisogno di tempo, o che la comunicazione anche di cose semplici è complessa, e ignorarlo può creare difficoltà
tra professionisti sanitari, e, infine, il cambiamento è lento, specie in un contesto in cui distruggere è più difficile che creare.
Quanto al metodo proposto, emerge quasi un auspicio che il contro-laboratorio possa diventare una metodica efficace da proporre nei contesti di lavoro, per trovare una prospettiva diversa alle soluzioni, o solo per sviluppare un pensiero critico sugli aspetti negativi, attraverso il ribaltamento di prospettiva. Perché, in fondo, pensare da cattivi aiuta a essere più buoni.
(Nella foto: il conduttore della giornata, Giacomo Galletti, che mostra fiero la cartella contenente la scaletta degli interventi, sulla cui copertina è evidenziato un promemoria guida).
Insomma, mettendo insieme le risposte a queste tre domande, la tentazione a valutare in modo decisamente positivo l’utilità, anche a livello formativo, del contro-laboratorio è forte.
Ci tratterremo dal dare un giudizio definitivo in merito, ma nel caso voleste chiederci se in una futura occasione saremmo felici di riproporre il metodo del contro-lab, la nostra risposta è un deciso sì.
Buona estate e ci si risente ai primi di settembre.
foto: Marcello Settembrini