Nudge Day #7, Equity engagement. Episodio 7: il talk
Autori
- Giacomo Galletti
- Fabrizio Gemmi
Raccontare il Nudge Day senza riferire del talk sull’Equity engagement sarebbe un peccato. Gli spunti offerti dai partecipanti sono stati numerosi e rilevanti, e tale ricchezza non può rimanere confinata al solo ricordo del gruppo dei partecipanti.
Se aggiungiamo che gli spunti sono emersi da una discussione tra…
- Roberta Villa, giornalista e divulgatrice scientifica sui temi della salute ed ex membra del National immunization technical advisory group (si, proprio quel NITAG)
- Guendalina Graffigna, professoressa di Psicologia dei consumi e della salute presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza-Cremona, nonché direttrice dell’EngageMinds HUB – Consumer, Food & Health Engagement Research Center, (anche lei ex membro di quel NITAG)
- Fabrizio Gemmi, coordinatore dell’Osservatorio per la qualità e l’equità dell’Agenzia regionale di sanità, medico (e nel tempo libero istruttore tecnico di I livello con qualifica di tecnico giovanile presso l’ASD Arcieri della Signoria)
…si capisce bene perché questo episodio diventa centrale nel racconto dell’evento dello scorso aprile.
Nella foto: Fabrizio Gemmi, Roberta Villa e Guendalina Graffigna
La produzione dell’episodio ha cercato di rimanere il più possibile fedele al talk, limitandosi a riportare i soli interventi dei protagonisti limandone un po’ i contenuti in fase di post-produzione. Gli interventi vengono presentati in singoli paragrafi tenuti assieme, in relazione di continuità discorsiva, da commenti che in qualche modo costituiscono una sorta di post-facilitazione. Detto così sembra una cosa complicata ma poi nella lettura tutto risulterà più chiaro.
Intanto diamo un elemento di contesto. L’idea alla base dell’inserimento di un talk di questo livello al Nudge Day 7 era quella di un confronto multiprofessionale e super-esperto sugli aspetti che possono facilitare l'adesione della popolazione alle indicazioni dei professionisti sanitari, nel contesto dell’antibioticoresistenza. Circa un anno fa, quando ci eravamo trovati “in call” a discutere sui contenuti da affrontare nella discussione; stavamo ragionando sulla rilevanza dei temi delll’empowerment e dell’engagement quando, ad un certo punto, Guendalina Graffigna disse: “però c’è questo tema qui, quello dell’equity engagement, di cui si parla poco… e che…”
Ma proseguiamo direttamente il ragionamento all’interno del talk!
1. Guendalina Graffigna. I pazienti "alti, biondi e con gli occhi azzurri"
Il fatto è che dopo oltre quindici anni in cui in qualche modo mi trovo a fare l’appassionata su questo tema, dicendo che dobbiamo fare l’engagement, pubblicare sull’engagement - il database scopus dice che noi di Engageminds Hub siamo il gruppo con più pubblicazioni al mondo su questo tema; - tuttavia mi sono resa conto che in realtà stiamo alimentando non tanto una fandonia, ma quasi.
Questo perché di fatto noi continuiamo a studiare e continuiamo a misurare l’engagement di una nicchia di cittadini pazienti forse nemmeno bene esistenti che io chiamo metaforicamente i pazienti “alti biondi e con gli occhi azzurri”, mentre poi in realtà i pazienti cittadini reali sono quelli che abbiamo visto nelle precedenti relazioni, sono quelli parlano in dialetto stretto e non parlano di engagement in inglese…
Penso quindi che, dopo quindici anni in cui inizialmente la sensibilizzazione sul tema dell'engagement era fondamentalmente solo di qualche clinico appassionato, o qualche psicologo che gettava il cuore oltre l’ostacolo parlando di una medicina maggiormente partecipativa, oggi invece è una parolina magica che si e no troviamo citata in ogni convegno, anche clinico.
Ed è una parola di moda che, in un mondo della salute anche capitalistico, diventa una leva per ottenere finanziamenti. Infatti non soltanto le aziende farmaceutiche sono attente a queste tematiche, ma anche le progettazioni europee dove siamo stati coinvolti insieme a tantissimi consorzi europei. Qui, negli obiettivi di quasi tutti progetti ci sono empowerment, engagement, le associazioni di pazienti… Quindi l’engagement diventa un tema molto di moda, un tema su cui si pubblica di più perché fa bene pubblicare, ma poi la verità è: di chi stiamo davvero parlando?
Tutti questi articoli pubblicati dalla letteratura scientifica internazionale fanno finta che i pazienti siano a-culturali, fanno finta che il paziente italiano su cui ho fatto il mio studio sia equivalente al paziente dell’Oregon su hanno fatto lo studio le colleghe, o quello del nord o del sud Europa, ma non è così.
Allora forse più che parlare di questo tema in generale, dovremmo parlare di più della differenza che c’è tra gruppi di pazienti diversi, e identificare quelli che non hanno la possibilità di essere attivati in questo modo.
La realizzazione dell’engagement può avvenire solo se ci mettiamo nell’ottica di stratificare e di capire come si articolano questi percorsi di partecipazione alla luce dell’alfabetizzazione, della confidence, di tutte le parole che abbiamo detto prima, ma che di fatto non conosciamo da un punto di vista epidemiologico e psicologico. Va bene infatti calcolare il numero di prescrizioni, il numero di diagnosi, quanti soldi hanno le persone o la loro età… ma quando dobbiamo parlare della motivazione e della disponibilità ad essere attivati, queste come le misuriamo?
Dove troviamo queste misure?
Di fatto, parliamo in modo estremamente astratto dell’engagement. Io continuo ad essere un’appassionata di queste tematiche, e credo che rappresentino l’unica chiave per una medicina preventiva e per la promozione della salute efficace e sostenibile, ma dobbiamo capire come personalizzare gli interventi e creare un’alleanza con la popolazione. Dobbiamo provare a fare un empowerment ed engagement su misura delle persone, tenendo conto delle diversità.
Sono chiari a questo punto il senso e la portata di un concetto come l’equity engagement, inteso come una sorta di “coinvolgimento su misura” - sulla misura delle persone ovviamente - senza il quale l’efficacia dell’attivazione risulta complicata.
Da qui al concetto di personalizzazione è un attimo, e Roberta Villa non è una che si lasci scappare i carpe diem!
2. Roberta Villa. La personalizzazione e chi davvero la vuole
Si parla tanto di cure personalizzate, ma se la comunicazione è un tempo di cura, come prevede il codice deontologico dei medici, allora anche la comunicazione e di conseguenza l’engagement devono essere personalizzati.
Ma c’è un’altra cosa: chi vuole questo empowerment? Chi vuole questo engagement? C’è sicuramente un problema culturale, di accesso, di comunicazione, ma c’è anche il fatto di cui mi rendo conto ogni giorno che tante persone che tu a priori penseresti vogliano effettuare attivamente le loro scelte, per esempio una persona molto colta e informata, nel momento in cui si ammala vuole lasciarsi completamente nelle mani del medico: “Si può fare questa cosa, ci sarebbero i pro e i contro…” - “mi dica lei cosa devo fare e io lo faccio!” Perché c’è questa sorta di regressione – non so se uso la parola corretta in senso psicologico.
Ma la domanda su chi vuole questo engagement va considerata anche dal punto di vista dei medici, perché questo concetto su cui noi ci stracciamo le vesti, a livello generale ai medici stessi non è così bene accetto. I manifesti “Se lo hai già letto su Google non venire a chiederlo a me” non sono proprio il segno di grande attenzione al fatto che un paziente si informi e cerchi di avere parte alle decisioni sulla sua malattia.
Ecco, con Roberta Villa funziona così: pensiamo di andare tranquilli e sicuri in una direzione, quando lei ci ribalta contesto e la situazione in un istante e ci troviamo proiettati in uno scenario completamente diverso.
La fortuna però, in questo caso, è che Fabrizio Gemmi lo scenario diverso lo conosce molto bene!
3. Fabrizio Gemmi. Di fronte alla complessità le certezze vacillano
Da medico, la sensazione è che a volte ci sia bisogno di una via di fuga – che è quella della semplificazione – che viene praticata a volte a discapito del valore della prestazione. Il bisogno che abbiamo di riferirci a delle certezze vacilla di fronte alla complessità.
Noi medici alla fine siamo tutti figli di Cartesio: indaghiamo causa ed effetto, spezzettiamo il fenomeno, cerchiamo di capire dove agire… una domanda, una risposta. Io sono un medico di sanità pubblica, e noi siamo abituati a lavorare in termini di complessità della popolazione; invece, il clinico, in riferimento alla persona, ha la necessità di riferire ad un quadro noto una situazione a cui deve porre rimedio. E questa è una necessità che è ancora più stringente nel momento in cui hai una pressione.
Quella regressione che diceva Roberta Villa è tipica di una persona che si trova in situazione di forte stress: anche il medico spesso si trova in una situazione di stress. Si pensi al medico di medicina generale che, con la sala d’attesa affollata, ha da una parte la necessità di interfacciarsi con lo schermo davanti che lo induce a distrarre dalla comunicazione minuti importanti della consultazione, dall’altra quella di evitare troppe contrapposizioni.
Una delle cose che mi ha colpito nell’indagine cha abbiamo fatto con i medici di medicina generale e con la popolazione è che i medici ritenevano che i loro assistiti avessero meno conoscenze di quelle che in realtà avevano, e questo perché tendevano a semplificare la posizione della persona assistita, riducendo di conseguenza la condivisione delle decisioni terapeutiche. Io non so come si possa uscire da una situazione dove si devono fare le cose in maniera rapida, però in modo personalizzato. Il tempo di cura è una risorsa scarsa, e questo è un problema serio se si vuole affrontare in modo moderno l’assistenza di una popolazione tra l’altro che è cambiata profondamente.
Eppure, considerando il fattore tempo, la fretta di fronte ad una neoplasia non ce l’abbiamo! Nessuno cura un tumore senza conoscere l’istologia, la tipizzazione, la genetica, l’assetto dei marcatori… in analogia la malattia infettiva dovrebbe avere lo stesso livello di approfondimento, anche grazie allo sviluppo di tecniche di idagnostica specialistica rapida. Bisogna trovare il modo per affrontare questi temi confrontandosi con il paziente, altrimenti.finisce che questosi informa sulle possibilità di cura da altre fonti, e siccome noi non possiamo disconoscere il fatto che lui non sia informato, finisce che si rischia di perdere di credibilità e di autorevolezza.
Eccole, “le altre fonti”. Eccola la non sempre affidabile informazione attraverso cui le persone “si alfabetizzano”, talvolta in modo inappropriato, tanto da indurre Roberta Villa a scrivere nel suo Controglossario di medicina che «la nostra conoscenza, di tutti e in tutti i campi, è oscurata da una montagna di false credenze, di pregiudizi, di cose che si dicono ‘perchè si è sempre detto così’. Tutte convinzioni da demolire prima di costruire una health literacy».
Ecco la health literacy. Ci siamo!
…Ci siamo?
…
No. Non ci siamo.
Roberta Villa ci spiazza ancora una volta.
4. Roberta Villa. La relazione è tempo di cura
Per quello che ho visto in tutti questi anni e assistendo a tante discussioni su questi argomenti, più delle conoscenze e dell’alfabetizzazione, io credo che veramente quello che conta sia la relazione.
L’altro giorno ero invitata dall’Ordine dei medici di Piacenza, e si parlava proprio su come gestire il rapporto tra medico e paziente alla luce dei social media e di tante informazioni che girano, alla luce delle comunicazioni via Whatsapp o dei nuovi metodi di comunicazione tra medico e paziente. C’era una giovane dottoressa che ha raccontato come avviene la sua giornata e come lei gestisce i rapporti con i suoi assistiti. Chiaramente c’era una grossa componente di passione, però lei insisteva a dire: io investo del tempo su un nuovo assistito, per creare una relazione, per spiegargli quando mi deve chiamare urgentemente o quando lasciare un messaggio alla segretaria, o quando mi può mandare un messaggio via Doctolib… Quegli investimenti di tempo poi ritornano indietro.
Se fossimo davvero convinti che sia vera quella frasetta lì, che “la relazione è un tempo di cura”, allora quel tempo lì lo troveremmo, perché non è che tu non fai una cura che ritieni indispensabile. In qualche modo il tempo lo trovi.
Ho assistito a uno di quei role playing in cui al medico che arriva stravolto alla fine di una giornata d’inverno la mamma esitante che non vuole vaccinare il bambino, interpretata da una collega. Quell’esempio dimostrava come nello stesso tempo della discussione che derivava da questo incontro/scontro,, o anche in un tempo inferiore, ci sia possibilità di applicare tecniche di comunicazione o counselling per evitare il conflitto, risparmiare tempo e mantenere aperta la relazione. Chiaramente bisognerebbe partire dal presupposto che la comunicazione è anche qualcosa che bisogna imparare, che non è solo “provo ad essere più comunicativo”. Devo imparare, ma in sei anni di medicina non c’è un’ora di relazione col paziente, ed è una cosa assurda.
Mi ha molto colpito quando gli amici dei miei figli al primo anno di medicina al san Raffaele raccontavano di aver frequentato una lezione di comunicazione. “Oh, che bello,” ho detto. Poi vai a vedere ed è una lezione di marketing. Non è quello che intendo io.
Quindi, ripeto, come prima cosa deve passare l’idea che la comunicazione è un tempo di cura; secondo: la comunicazione bisogna impararla, perché sapere le cose non è sufficiente per comunicare bene al paziente, e la terza cosa è la convinzione che questo investimento di tempo alla fine ritorna indietro con un guadagno in termini di tempo e qualità del lavoro.
C’è quel momento in cui la discussione si fa allo stesso tempo profonda ed alta, descrivendo scenari complessi e nitidi, e che noi, semplificando, ci troviamo quasi inconsapevolmente a ridurre all’immagine angelica di un medico o una medica che colloquia amorevolmente con un paziente confuso. E’ quella perfetta immagine rasserenante che una psicologa attenta come Guendalina Graffigna può demolire in quattro parole o poco più. Queste:
5. Guendalina Graffigna. Anche gli angeli-eroi devono essere curati
Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la relazione è tempo di cura, però, da psicologa, penso che la comunicazione e la relazione passino non solo dall’insegnare le tecniche e le competenze, ma anche da un modo di vivere quella relazione.
Penso che ci sia un elefante nella stanza che non citiamo mai, e che è il burn out del medico, che è la fatica del medico, che è la vita del medico.
Capita di accusare il medico di non gestire bene la comunicazione, o di accusare i corsi di medicina - noi psicologi in primis - perché i crediti sulla comunicazione sono uno o due opzionali, però è pur vero che nei sei anni di medicina non è che i poveri medici possano fare tutto, compresi dei corsoni di psicologia.
Al di là delle tecniche che sicuramente si possono insegnare, però, bisogna curare quella che è la situazione complessiva in cui il medico si interfaccia col paziente, dove spesso il medico è visto come un angelo-eroe che è lì per prestare servizio e non ha un suo fardello, preoccupazioni e difficoltà. E dall’altra parte il medico incarna questa idealizzazione!
E’ evidente che nell’incontro il medico risuona di tutta una serie di fattori soggettivi che sono inevitabili in una relazione. Certe volte ti va bene perché il paziente è sintonico e riesci ad entrare in empatia perché ti ricorda tuo nonno, tua zia o perché sei in buona in quel momento, ma in un altro momento c’è il paziente che proprio ti risuona di qualcuno che tanto simpatico non ti sta, o semplicemente in quel momento hai i fatti tuoi per enne motivi familiari, eccetera.
Per cui, forse, il primo tema è lavorare sull’autoconsapevolezza del medico, perché già soltanto sdoganare il fatto che ci siano delle percezioni soggettive nelle decisioni prescrittive del medico, che sono influenzate da quell’incastro che si costruisce o non si costruisce nell’incontro col paziente, è già un passo in avanti.
Forse si può costruire una nuova narrativa sulla comunicazione medico-paziente. E questo non significa continuare ad infarcire di nozioni e tecniche questi poveri medici che devono diventare anche “skillati” sulla comunicazione, che bene o male ce l’abbiamo innata, e che chi finisce per laurearsi in medicina la mostra in modo anche più spiccato all’interno di quella dimensione della personalità di orientamento alla cura. Allora, forse, prima di arrivare alla formazione comunicativa bisognerebbe misurare negli ospedali il clima organizzativo, i livelli di burn out, la gestione dei team. Se noi non curiamo il medico dal punto di vista della sua consapevolezza, del suo empowerment psicologico, non ci sarà mai un’efficace alleanza terapeutica.
Se ci sono tre parole che innescano Fabrizio Gemmi, una è complessità, la seconda long bow, la terza è, appunto, consapevolezza.
6. Fabrizio Gemmi. Me lo dai o non me lo dai il cortisone!
Torno sulla parola consapevolezza, perché si pone in una relazione di cura deve essere consapevole che in ogni momento comunque sta comunicando qualcosa. Io non posso barare o scappare dalla comunicazione, non lo posso fare scrivendo la cartella clinica o facendo firmare il consenso informato. Quando mi illudo di poter alleggerire la comunicazione in realtà sto comunicando che c’è altro da fare. E questo gioca contro la mia possibilità di dare risposte non scontate, che il paziente non si attende.
Io mi sono presentato come medico di sanità pubblica ma la mia prima specializzazione è stata ematologia. Lavoravo con pazienti con mieloma, che a quei tempi presentavano spesso alterazioni scheletriche e quadri ematologici eclatanti. Io li vedevo in ambulatorio, un ambulatorio comodo, coi tempi lunghi, tempi che ai pazienti spesso anziani servivano per capire, per districarsi tra terapie complicate… Quando poi mi iscrissi ad Igiene, continuando a fare ambulatorio cominciai a preoccuparmi a non farli cascare, cosa che per un paziente con le ossa bucate può diventare un problema rendendo impossibile curare il mieloma. Quindi gli dicevo cose del tipo “ricordati di accendere la luce la notte quando vai in bagno… leva i tappetini… metti le ciabatte chiuse dietro… accompagnati… appoggiati”, e loro mi guardavano con l’occhio pallato perché non se l’aspettavano! Per loro era “me lo dai o non me lo dai il cortisone!” Queste sono cose che però entrano in una comunicazione complessiva, e ti fanno capire che il tuo dottore ti sta guardando nell’insieme, e non ti sta dando soltanto una prescrizione per risolvere un problema. Ci vuole tempo.
Che il tempo non ci sia ormai l’abbiamo capito. Se si pensa un attimo a dove e a come poter recuperare tempo una risposta quasi immediata la troviamo, sia dentro che fuori di noi.
E ovviamente è sbagliata.
7. Guendalina Graffigna. Un ulteriore diaframma tra il medico e il paziente
Il discorso però che stiamo facendo oggi in relazione al tempo è più che mai urgente, a fronte dell’avvento dell’intelligenza artificiale (IA). Infatti, con l’IA e con la promessa di una facilitazione diagnostica e degli algoritmi prescrittivi, tenderemo a demandare sempre di più alla decisione dell’AI quel tempo che invece dovremmo dedicare a guardare in faccia il paziente.
Teoricamente l’IA velocizza tutto ciò che è di calcolo nei vari scenari e io ho più tempo per curare il paziente, in realtà il farmaco e la prescrizione rischiano di essere degli elementi protettivi di quel medico che si mette in gioco in quella relazione per enne motivi, e quindi anche la soluzione che ti può dare l’IA diventa un ulteriore diaframma tra te e il paziente, e questo è rischioso se non aumentiamo l’autoconsapevolezza del medico.
A questo punto succede qualcosa. Un intervento dal pubblico sottolinea come sino ad ora si sia parlato di comunicazione e relazione a livello di individui, ma non di organizzazione. Questo dà modo a Roberta Villa di fare importanti precisazioni in merito.
8. Roberta Villa. Attenti alla semplificazione della comunicazione
Rispetto a questo tema, la comunicazione istituzionale ha un peso importante sul rapporto medico paziente. Faccio un esempio: durante la pandemia, un membro del CTS diceva cose del tipo: “entro un mese saranno morti duemila non vaccinati”, oppure: “col vaccino si potrà entrare sicuri nei ristoranti e non ci si potrà più contagiare”, e questo quando noi ormai sapevamo bene che il vaccino non poteva bloccare la trasmissione. Questi errori di comunicazione nello stigmatizzare le persone e nel vendere certezze che non avevamo hanno minato tantissimo la fiducia, perché poi alla fine, oggi quando troviamo qualcuno ostile anche ai vaccini per l’infanzia o a quelli antinfluenzali, questo ti obietta sempre: “eh ma ci avete raccontato… “, “ah ma Draghi quella volta in Parlamento…” Quindi bisogna stare attenti a quando necessariamente si semplifica la comunicazione, perché è una materia delicata, e l’effetto boomerang è in agguato.
Ci vuole rispetto, ma anche trasparenza nel dire chiaramente le cose, senza preoccuparsi troppo che il panico sia l’unica reazione possibile, quando invece sembra maggiore il rischio che la persona le neghi o le sottovaluti. Se siamo tutti d’accordo che la fiducia reciproca è la moneta più preziosa, dal rispetto e dalla trasparenza non si può proprio prescindere.
Il facilitatore dovrebbe far girare la palla tra i partecipanti al talk, tenendola in mano il minor tempo possibile. Però, così come il medico, anche il facilitatore ha i suoi fardelli e le sue fissazioni. Per il facilitatore della discussione una delle principali fissazioni, gerarchicamente inferiore solo a La settimana enigmistica, è la parola fiducia!
9. Facilitatore. Attraverso la complessità, con fiducia (ma senza studi)
Abbiamo dedicato il Nudge day 4 alla fiducia, nel 2022. Passando attraverso le tecniche comportamentali per promuovere la vaccinazione del Nudge Day 5, siamo arrivati alla sesta edizione di fine 2024 sull’adesione comportamentale (prescrittiva) dei medici alle Linee guida. Oggi stiamo affrontando di nuovo il tema dell’adesione, riferito però agli aspetti comportamentali della popolazione in relazione alle indicazioni dei medici. Ed è da qui che siamo arrivati all’Equity engagement. Però, eccoci di nuovo ad affrontare la complessità, con l’attenzione che si sposta di nuovo sui medici, però su un nuovo livello: l’esposizione al burn-out nel contesto delle dinamiche organizzative e comunicative, gli aspetti della burocrazia a della medicina difensiva, e tutto quanto concerne la complessità dell’organizzazione. Ci stiamo muovendo quindi intorno ai vari livelli sistemici, attraverso la relazione di fiducia.
Tuttavia è difficile muoversi agilmente in tale contesto quando, come mostrato in una delle relazioni precedenti - quella di Marta Acampora - gli studi sulle scienze sociali per la salute sono una parte infinitesima di tutte le pubblicazioni in medicina, una minima parte che, se ricordo bene la slide, rientra in quella fetta denominata come “altro”, che nel suo insieme rappresenta il 6% della torta si tutti gli studi pubblicati in medicina…
Forse, se ci fosse più consapevolezza sulla disponibilità degli strumenti da utilizzare negli studi, ci sarebbero più studi. Vero Guendalina Graffigna?
Nella foto: il facilitatore, Fabrizio Gemmi, Roberta Villa, Guendalina Graffigna
e la mamma di Giovanna Mereu (l’ultima relatrice) sullo sfondo
10. Guendalina Graffigna. Le scale di misura ci sono
…sarebbe necessario iniziare a misurare questi aspetti. L’engagement e l’empowerment si possono misurare, ci sono le scale di misura. Poi sono delle scale che magari ti danno un dato soggettivo e riportato, ma intanto è un tentativo. Tra le varie battaglie che stiamo portando avanti è che continuiamo a parlare di empowerment ed engagement nei contesti clinici più disparati, ma quand’è che li misuriamo davvero? Quand’è che quando abbiamo davanti un paziente facciamo l’assessment diagnostico anche di quell’elemento lì? Oppure parliamo, come giustamente diceva Roberta, di quanto il paziente al momento della diagnosi è pronto a ricevere una proposta di empowerment e di un certo tipo di comunicazione, il che è assolutamente vero, noi lo vediamo: puoi avere il paziente iper laureato o iper tecnico in cui, in quel momento, prevale la dimensione che noi chiamiamo del black out per cui sei congelato… e chi la prende in carico questa dimensione? Si può diagnosticare, ci sono delle scale – noi ne abbiamo sviluppata una ma ce ne sono tante in letteratura – è che se continuiamo a parlarne come un nice to have e non iniziamo a trasformarlo in un parametro clinico o un parametro organizzativo o relazionale – e potremmo avere tutti gli strumenti possibili: il questionario, la scheda, o qualche strumento anche più qualitativo – ma deve diventare un parametro. Secondo me è questo il saltino che come organizzazione sanitaria, come sistema, dobbiamo iniziare a fare.
E così abbiamo completato il cerchio, ritornando alla domanda del primo intervento, al paragrafo 1, quando Guendalina Graffigna si chiedeva: “ma quando dobbiamo parlare della motivazione e della disponibilità ad essere attivati, queste come le misuriamo? Dove troviamo queste misure?”
E’ questa volta il facilitatore a cogliere la palla al balzo per capitalizzare opportunamente la giornata, avviandola alla conclusione…
Faciltatore: «Non so se vi rendete conto che, da qui a qualche mese, vi troverete di fronte a una proposta del tipo: “Nudge Day 8: Misure”»
Graffigna: «Io ci sono»!
Villa: «Se non la fate troppo da matematici o da statistici io vengo!»
Graffigna: «io scusate ma devo andare che ho il treno…»
Chiudiamola così, con la prospettiva di un nuovo Nudge Day focalizzato sulle misure e con l’immagine di Guendalina Graffigna che attraversa la sala, raccoglie le borse e accenna un saluto dalla soglia, per poi fare ritorno oltre Appennino.
Intanto, in sala, alcuni partecipanti hanno già alzato la mano per intervenire.
Foto: Marcello Settembrini